MacLean suddivide l’architettura cerebrale e mentale in tre livelli evolutivi e gerarchici.
Il primo livello, il “cervello rettiliano” o “complesso R”, controlla le funzioni fisiologiche di base e comportamenti istintivi non sociali come l’attacco/fuga, l’esplorazione, la territorialità, la ricerca di cibo e il sesso arcaico.
Il secondo livello, il sistema limbico o “cervello antico-mammifero”, emerge con i mammiferi e gli uccelli e introduce la capacità di riconoscimento reciproco e interazione sociale. I sistemi motivazionali a questo livello includono la richiesta e l’offerta di cura, l’accoppiamento con formazione di coppie, la competizione per il rango, la cooperazione, il gioco sociale e l’affiliazione.
Il terzo livello, la neocorteccia, si sviluppa in modo significativo con l’Homo sapiens ed è associato al linguaggio, al pensiero simbolico e all’intersoggettività. Questo livello emerge dal potenziamento della cooperazione e permette la costruzione di significati e l’evoluzione culturale, rendendo le motivazioni più influenzabili dall’ambiente e dall’apprendimento.
Il sistema limbico o “cervello antico mammifero” introduce nell’evoluzione la “comunità”. Il sistema limbico degli uccelli e dei mammiferi è funzionale alle interazioni dentro la “comunità”. In altre parole, con il sistema limbico l’individuo si fa “comunità”.
La neocorteccia, cioè il terzo livello del cervello di MacLean, è funzionale alle interazioni sociali di comunità complesse come quelle umane.
Appurato che gli esseri umani, assieme agli uccelli e soprattutto ai mammiferi, si sono evoluti per vivere dentro comunità, possiamo porci la domanda: qual è il ruolo della comunità nel benessere individuale?
Possiamo rispondere a questa domanda soffermandoci sull’”effetto Roseto”. Negli anni ’60, il medico Benjamin Falcone notò l’eccezionale salute cardiovascolare degli abitanti di Roseto, Pennsylvania, una comunità di immigrati italiani, nonostante uno stile di vita non particolarmente salutare. Uno studio rivelò tassi di infarto significativamente inferiori rispetto alle comunità vicine. Inizialmente si pensò alla dieta, ma si scoprì che il vero segreto era la forte coesione sociale e i solidi legami familiari e di vicinato, caratteristici della cultura italiana, che agivano come un fattore protettivo. Questo fenomeno fu definito “Effetto Roseto”. Ricerche successive, come lo studio di Harvard sulla felicità, confermarono l’importanza delle relazioni sociali per la salute e la longevità. La lezione di Roseto è che la salute non dipende solo dalla dieta, ma anche dal contesto sociale. Con l’indebolirsi della coesione sociale a Roseto negli anni successivi, si registrò un aumento delle malattie cardiache, sottolineando il ruolo cruciale del supporto sociale per il benessere. Gli studiosi conclusero che il rispetto reciproco e la cooperazione contribuiscono alla salute di una comunità, e che le persone traggono beneficio dal contatto umano.
La comunità di Roseto ci insegna che il benessere individuale dipende dalla comunità, cui apparteniamo. La disgregazione della comunità comporta sofferenza negli individui che ne fanno parte. Questa sofferenza non è soltanto mentale o psichica, ma anche fisica.
L’importanza della comunità per il benessere individuale è particolarmente evidente nell’età evolutiva. Gli infanti e gli adolescenti hanno bisogno di vivere in comunità coese. Il loro sistema limbico/neocorteccia si è evoluto, infatti, per interagire con altri individui all’interno di comunità ben organizzate e coese, nelle quali esistono regole condivise da tutti. Se i giovani crescono in comunità disgregate, lo sviluppo della personalità ne risente in modo significativo.
Durante la colonizzazione dell’America settentrionale, avvenne spesso che bambini fossero sottratti alle loro famiglie e inseriti in comunità diverse. A volte, guerrieri di tribù di nativi americani assalivano fattorie, uccidevano i coloni e portavano i figli dei coloni nella loro tribù. Spesso avveniva l’opposto. Erano i coloni ad uccidere nativi americani e a portare i loro figli in villaggi dove venivano affidati a famiglie. È interessante il fatto che tutti i bambini dei nativi americani, sottratti alla loro famiglia, volevano ritornare nella loro tribù, mentre nessun bambino dei coloni, sottratto alla propria famiglia, voleva ritornare a vivere tra i coloni.
Questo esempio ci fa capire quanto sia importante la comunità per gli esseri umani. Vivere in una comunità coesa è un bisogno primario dell’individuo. Questi giovani, non importa se pellerossa o bianchi, chiamati a scegliere tra due alternative: vivere nel confort e nel benessere individuale all’interno di una comunità poco coesa, oppure vivere nella fatica e nelle difficoltà dentro una comunità coesa, sceglievano sempre la seconda opzione.
Da questo esempio deduciamo anche che la migliore organizzazione di una comunità è quella tribale. Vivere in una tribù è molto meglio che vivere in una città.