La percezione delle grandezze

Supponiamo di voler conoscere la larghezza di una stanza. Prendiamo un metro e la misuriamo. La misurazione è una sovrapposizione di grandezze. In questa circostanza si tratta di grandezze lineari. Formuliamo l’ipotesi che la percezione di qualsiasi grandezza fisica sia una misurazione, cioè una sovrapposizione di grandezze. Se questa ipotesi è valida, l’atto percettivo richiede un organo misuratore. Quest’organo può generare qualsiasi grandezza da sovrapporre alla grandezza intrinseca da percepire. Chiariamo con un esempio. Supponiamo di voler percepire la larghezza di un tavolino, a occhi chiusi, utilizzando le due mani. Le mani sono il nostro organo misuratore. Apriamo le due mani fino ai due bordi del tavolino. La larghezza del tavolino corrisponde all’ampiezza dell’apertura delle mani.

Con questo metodo possiamo misurare anche l’altezza del tavolino e stabilire se quest’ultima è maggiore o minore della larghezza.

La percezione della larghezza del tavolino può avvenire utilizzando la sola mano destra. Portiamo la mano destra sul bordo del tavolino e la facciamo scorrere fino all’altro bordo. L’ampiezza dello scorrimento corrisponde alla larghezza del tavolino.

Nella percezione delle grandezze, l’organo misuratore deve essere in grado di generare una grandezza e di modificarla immediatamente, ampliandola o restringendola. Infatti, la grandezza che vogliamo percepire può modificarsi in seguito ad un movimento. La distanza che ci separa da un animale che corre, varia continuamente e la sua percezione richiede un organo misuratore che rapidamente modifichi l’ampiezza della propria apertura.

L’atto percettivo di una grandezza, oltre all’organo misuratore, richiede un organo che raccoglie le informazioni di ingresso (input) concernenti la grandezza intrinseca dell’“ente esterno”. L’organo misuratore codifica informazioni (grandezze) di output. La percezione di una grandezza è, quindi, la sovrapposizione di grandezza di output e grandezza di input, generate da due organi diversi, legati in un circuito percettivo.

Questi due organi sono la corteccia premotoria e la corteccia parietale. La corteccia premotoria muove l’organo misuratore di output, ampliando e restringendo l’ampiezza della sua apertura. La corteccia parietale codifica le grandezze di input.

L’organo misuratore può essere uditivo, tattile oppure visivo. Gli esseri umani utilizzano in prevalenza, nella percezione delle grandezze esterne l’organo misuratore visivo, cioè gli occhi. Gli occhi in quasi tutti i movimenti oculari agiscono sincronizzati come se fossero un singolo organo. Si usa il termine monocolo per designare la coppia degli occhi che si muove in modo sincronizzato. I circuiti premotori/parietali funzionali alla percezione delle grandezze sono fondamentali nel nostro vivere quotidiano. Senza la percezione delle grandezze, avremmo notevoli difficoltà a compiere qualsiasi azione. Si è costatato che lesioni parietali di questi circuiti sono più gravi rispetto a lesioni premotorie.

Il disorientamento visivo, causato da una lesione occipito/parietale, è una patologia della percezione delle grandezze tramite la vista.

Il disorientamento visivo fu spiegato da Holmes (1918). Egli descrisse pazienti che non riuscivano a localizzare la posizione o la distanza degli oggetti nello spazio solo per mezzo della vista. Non erano in grado di raggiungere gli oggetti, di valutare le relative dimensioni di oggetti nel loro campo visivo. Un paziente (Private M.) ad esempio commetteva errori quando gli veniva chiesto quale di due oggetti fosse più vicino a lui e aveva parecchi problemi anche quando i due oggetti erano separati di 10 o 15 cm, a una distanza di mezzo metro da lui. Egli commentava:  “Quando guardo un oggetto mi sembra di andare più in là. Quando cerco di vedere qual è il più vicino sembra che cambino posizione in ogni momento: quello che guardo direttamente sembra scappare via…”. I pazienti descritti da Holmes avevano anche difficoltà anche nel fissare i singoli oggetti, i loro occhi non convergevano su un bersaglio ed erano incapaci di seguire visivamente il movimento degli oggetti. Questi pazienti non riescono a eseguire le più semplici azioni quotidiane quali, per esempio, pranzare. Non riescono a localizzare correttamente il cibo nel piatto. La loro condizione spesso è peggiore di quella dei ciechi.

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